Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
C’è solo un Paese al mondo che non è affatto preoccupato dalla crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente: la Cina
La Repubblica popolare raccoglie adesso i frutti di anni di enormi investimenti nelle energie rinnovabili e in particolare nell'elettrico.
Lo shock energetico causato dalla guerra in Iran sta spingendo le nazioni di tutto il mondo a ripensare le strategie per ridurre la dipendenza a lungo termine dalle importazioni di petrolio e gas. Tra le “nuove” proposte ci sono il ritorno degli investimenti nel nucleare, l’implementazione delle fonti rinnovabili e, in alcuni casi, l’ampliamento delle scorte di carbone, sì, quello nero, che sporca ed è inquinantissimo. Oltre a questo, l’avviso generale per i vari ministeri dell’energia di tutto il mondo sembra essere di “diversificare i canali di compravendita” perché, come è stato dimostrato dai mercati mondiali in queste settimane, sul gas e sul petrolio del Golfo (che l’Europa ha sempre dato per scontato) non si può più fare affidamento.
La chiusura dello Stretto di Hormuz segna la terza volta in questo decennio che uno shock energetico internazionale ha costretto i governi a fare i conti con i rischi di un mondo dipendente da petrolio e gas. La chiusura degli oleodotti del Medio Oriente ha, soprattutto in Europa, rafforzato l’opinione che l’era dei combustibili fossili debba finire il prima possibile. Per l’Europa, e la Commissione europea, diventa quindi necessario aumentare velocissimamente la produzione da fonti rinnovabili e da centrali nucleari. Come scrive Reuters, a proposito di atomo, Ursula von der Leyen ha spiegato che «ridurre la quota del nucleare nel mix complessivo di approvvigionamento energetico in Europa negli ultimi 25 anni è stato un errore strategico» (dal 1990 la produzione di energia nucleare in Europa è passata da circa il 30 per cento del fabbisogno totale al 15 per cento).
Chi non sembra soffrire particolarmente per la chiusura dello Stretto di Hormuz, è, neanche a dirlo, la Cina. A partire dalla caduta del primo missile sulla prima raffineria del Golfo, la Cina ha vietato tutte le esportazioni di carburante per scongiurare carenze interne. La raffineria Sinopec (il più grande gruppo di raffinazione dell’Asia e principale acquirente mondiale di petrolio iraniano) ha dovuto ridurre la produzione di carburanti del 10 per cento ma oltre a questo, nient’altro. L’arma “segreta”, che poi tanto segreta non è visto che quasi tutti i chip di auto elettrice vengono da lì, è l’elevato tasso di elettrificazione. I veicoli elettrici rappresentano più della metà delle vendite nazionali di nuove auto e la sua rete elettrica è alimentata per oltre il 50 per cento da fonti di energia rinnovabile. Per confronto, negli Stati Uniti i veicoli elettrici rappresentano meno del 10 per cento del mercato, mentre l’energia rinnovabile costituisce circa un quarto della produzione elettrica nazionale.
Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.
Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».