Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
A causa dei depositi di petrolio colpiti dalle bombe, a Teheran c’è anche un gravissimo problema di inquinamento dell’aria
Molti cittadini di Teheran hanno raccontato di star soffrendo da giorni di mal di testa, irritazione a occhi e pelle e difficoltà respiratorie.
I costi di una guerra, oltre che in vite umane, sogni infranti, miliardi di dollari, infrastrutture distrutte, case disabitate, migrazioni forzate, si misurano anche in danni ambientali. Quello che, dopo i bombardamenti israeliani sui depositi petroliferi iraniani, sta accadendo, si chiama ecocidio. Ma facciamo un passo indietro. Il 7 marzo, le forze armate israeliane, con una serie di attacchi, hanno colpito quattro impianti petroliferi nei pressi di Teheran, con il deposito di Shahran, a nord-ovest della capitale iraniane, andato in fiamme e nubi di densissimo fumo nero che si sono levate al cielo per ore mentre anche altri depositi petroliferi venivano distrutti. Poche ore dopo, un temporale ha colpito Teheran, riversando sulla città pioggia nero pece, gocce composte da un miscuglio di petrolio, zolfo e altre sostanze tossiche. Il Guardian ha intervistato alcuni residenti che hanno riferito di soffrire di mal di testa, irritazione agli occhi e alla pelle e difficoltà respiratorie. Gli esperti hanno avvertito che questi sintomi potrebbero essere solo l’inizio, con rischi a lungo termine di malattie cardiovascolari, deterioramento cognitivo, danni al DNA e cancro.
L’Iran ha definito gli attacchi un “ecocidio”, ovvero un atto sconsiderato volto alla distruzione ambientale. Le immagini satellitari scattate due giorni dopo gli attacchi mostrano il deposito di Shahran e la raffineria di Teheran ancora in fiamme. Un’altra immagine, scattata dal satellite dell’Agenzia Spaziale Europea martedì, 10 giorni dopo gli attacchi, mostra che i due incendi sono stati finalmente domati. Tuttavia, fumo e fiamme erano visibili presso il deposito petrolifero di Aqdasieh, nel nord-est.
I medici iraniani hanno pubblicato informazioni sui pericoli delle piogge acide, diramando allarmi e istruzioni che invitano a non rimanere all’aperto, eliminare gli indumenti contaminati, utilizzare mascherine N95 ed evitare di sostare sotto gli alberi. Una residente di Teheran ha raccontato al Guardian che una piscina all’aperto, che usavano come fonte d’acqua di emergenza visto che in città sta diventando difficile anche trovare l’acqua, è diventata nera dopo queste piogge tossiche. Ha anche detto che le strade erano nere e scivolose. Anche il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha avvertito che il fumo denso proveniente dalla combustione del petrolio è stato «inalato direttamente dalla popolazione iraniana, bambini piccoli compresi, sollevando gravi preoccupazioni circa gli impatti a lungo termine sia sulla salute umana che su quella ambientale».
Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.
Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».