Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
La soluzione proposta dall’Unione europea alla crisi energetica consiste in lavorare da casa, fare car sharing, andare piano in autostrada e non prendere l’aereo
La riunione dei Ministri dell’Energia si è chiusa senza vere e proprie proposte, ma con un surreale invito alla morigeratezza energetica per i cittadini.
L’Europa sembra scivolare in un loop temporale che rievoca le atmosfere del 2020, sostituendo però il Covid con la crisi energetica. Le parole del Commissario Europeo per l’Energia, Dan Jørgensen, riportate da Politico «lavorare da casa, rallentare sulle autostrade e rinunciare ai voli superflui» suonano come una liturgia del sacrificio necessario. «Anche se la pace dovesse arrivare domani, non torneremo comunque alla normalità nel breve periodo», ha aggiunto, a seguito della riunione straordinaria di tutti i Ministri dell’Energia dell’Ue tenutasi martedì 31 marzo per discutere della crisi.
Il conflitto in Medio Oriente ha trasformato il greggio e il gas in armi di pressione geopolitica, con prezzi aumentati del 70 per cento in poche settimane. Mentre un quinto delle forniture mondiali resta intrappolato nel Golfo Persico, l’Unione Europea si è scoperta drammaticamente vulnerabile, stretta tra la necessità di una sicurezza immediata e l’urgenza di un’indipendenza energetica che finora è rimasta esclusivamente sulla carta. La riunione dei Ministri dell’Energia si è chiusa senza proposte concrete, ma con la consapevolezza che lo shock odierno potrebbe superare per conseguenze la crisi petrolifera degli anni ’70, costringendo il continente a una conversione forzata e a una accelerazione brutale su rinnovabili, nucleare e biocarburanti.
L’invito a «viaggiare meno» e a «condividere l’auto» non è solo un consiglio pragmatico, ma il manifesto di un’Europa che cerca di trasformare la propria fragilità in un nuovo modello di resistenza. Si aggiunge poi la transizione verde, a lungo discussa come un orizzonte etico o un obiettivo di posizionamento, che diventa oggi una delle poche via d’uscita per una sopravvivenza politica reale. Se il secolo scorso è stato dominato dal mito della velocità e del consumo illimitato, il 2026 si profila come l’anno in cui la imitazione – mascherata da efficienza tecnologica e smart working – diventa la condizione necessaria per non soccombere al disordine globale, almeno in campo energetico.
Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.
Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».