Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati
Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.
Gregory Bovino si congeda dalla polizia di frontiera americana con un solo, paradossale rimpianto: non aver arrestato abbastanza persone (leggi: illegal aliens, traduci: immigrati irregolari). Fino allo gennaio scorso, il “Comandante Generale” – un titolo auto-assegnato che ben riassume la postura di quest’uomo rispetto all’esistenza – è stato il volto disumano della campagna di espulsioni dell’amministrazione Trump. Emerso dall’oscurità burocratica grazie a posizioni molto, molto radicali sull’immigrazione, Bovino ha incarnato l’estetica e la prassi delle nuove politiche trumpiane sull’immigrazione. Tra cappotti “vintage” color oliva in cui i detrattori vedevano evidenti rimandi alle divise del Terzo Reich e un canale diretto con i vertici della sicurezza nazionale che gli permetteva di scavalcare ogni catena di comando, Bovino ha contribuito a fare della tutela dei confini il campo di battaglia più violento nella guerra ideologica che sta dilaniando gli Stati Uniti.
L’ascesa quasi cinematografica di Bovino è stata rapida quanto la sua caduta. La dottrina della tolleranza zero e l’uso spregiudicato degli agenti federali nelle piazze hanno causato l’uccisione di due cittadini (Renee Good e Alex Pretti) a Minneapolis, scatenando una crisi politica e comunicativa insostenibile persino per la Casa Bianca. Declassato (c’è chi direbbe licenziato) e rispedito nella provincia californiana di El Centro, Bovino è stato brutalmente scaricato anche da Donald Trump (che lo ha liquidato descrivendolo come una personalità «fuori dagli schemi») e apertamente rinnegato dall’establishment Maga. Funzionari ed ex collaboratori lo descrivono oggi come un rompicapo istituzionale, un uomo allergico ai protocolli e alle complesse operazioni basate sull’intelligence, molto più incline alla spettacolarizzazione dello scontro che alla strategizzazione dello stesso.
Come scrive anche il New York Times, questa settimana Bovino va ufficialmente in pensione, lasciandosi alle spalle una scia di contenziosi legali e accuse di condotta incostituzionale, ma senza alcuna intenzione di fare autocritica. Per lui, l’errore non è stato aver abusato del suo potere ma non averne abusato abbastanza. Il suo congedo diventa così l’ultimo atto di un’ossessione ideologica dura a morire: l’idea che il confine non vada semplicemente controllato, ma letteralmente sottomesso attraverso una politica di «dominio totale».
Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.
Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».