Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
Siccome non sono già abbastanza impegnati militarmente, gli Stati Uniti sono intervenuti anche contro i narcotrafficanti in Ecuador
Le operazioni sono iniziate il 3 marzo e rientrano in quella che gli Usa definiscono «offensiva contro il narcoterrorismo in America Latina».
Sembra che gli Stati Uniti abbiano deciso di combattere tutte le guerre possibili e immaginabili, tutte nello stesso momento. Dopo le operazioni marittime contro i presunti narcotrafficanti venezuelani (che fossero narcos non lo si è mai appurato, si è invece appurato che almeno XX di loro erano dei pescatori scambiati per narcos), dopo il rapimento di Maduro e consorte, dopo l’attacco all’Iran, dopo le operazioni congiunte con la polizia messicana che hanno portato all’uccisione di “El Mencho”, il capo del Cartel Jalisco Nueva Generación, dopo tutto questo invadere e rapire e uccidere gli Stati Uniti hanno deciso di partecipare anche a una serie di operazioni coordinate con le forze armate dell’Ecuador per combattere i cartelli del narcotraffico nel Paese. Queste operazioni si inseriscono in quella che Washington definisce «offensiva contro il narcoterrorismo in America Latina».
L’intervento degli Stati Uniti è diventato assolutamente necessario – stando a quanto sostengono gli Stati Uniti – da quando, a causa dell’indebolimento delle autorità centrali e locali, l’Ecuador è diventato l’anello fondamentale della catena che porta la cocaina sia negli Stati Uniti che in Europa. Secondo il Presidente ecuadoriano Daniel Noboa, addirittura il 70 per cento del traffico di cocaina mondiale adesso passa per il suo Paese. Come scrive il Guardian, il Southern Command degli Stati Uniti ha riferito che le operazioni in Ecuador sono iniziate il 3 marzo e hanno preso di mira gruppi criminali precedentemente designati come organizzazioni terroristiche. Il comando militare statunitense non ha fornito dettagli operativi, ma ha sottolineato la natura congiunta della missione. Per una volta, niente azione unilaterale.
Da gennaio 2024 l’Equador sta vivendo un conflitto tra Stato e numerose organizzazioni criminali che il governo di Noboa ha designato come “nemici interni”. Il presidente, lunedì 23 febbraio, ha annunciato la sua intenzione di collaborare con Washington nella lotta contro i cartelli, nonostante i suoi cittadini non si siano dimostrati così convinti che un intervento americano sia quello che ci vuole per risolvere il problema della criminalità organizzata. Quattro mesi fa, infatti, gli ecuadoriani hanno votato contro la proposta di permettere a Paesi stranieri di installare basi militari sul suolo ecuadoriano (non è detto esplicitamente, ma è chiaro che quando in questi casi, in Sud America, si parla di generici “Paesi stranieri” si parla di Stati Uniti d’America). Durante una visita ufficiale in Ecuador dello scorso settembre, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato la designazione delle bande Los Choneros e Los Lobos come organizzazioni terroristiche, una decisione che, secondo Washington, mira a inquadrare giuridicamente le bande criminali per poterle poi perseguire per il ruolo che svolgono nel traffico di droga internazionale, nella violenza di strada e nella destabilizzazione del Paese.
Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.
Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».