Sarà inaugurato a fine 2028 e nella sua collezione permanente ci saranno 10 mila tra opere, oggetti e documenti dello scultore.
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo
Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’ombra di Michelangelo torna al centro della storia dell’arte attraverso un doppio binario investigativo che fonde analisi tecnologica e la ricerca d’archivio. Da un lato, la “Pietà spirituali“, una tela passata quasi inosservata in un’asta del 2020, emerge oggi come un possibile autografo della maturità grazie a uno studio coordinato da Michel Draguet. Dall’altro, il busto marmoreo del Cristo Salvatore, rimasto per secoli nell’oscurità della Basilica di Sant’Agnese fuori le mura a Roma, viene riattribuito al maestro dalla ricercatrice Valentina Salerno. Come scrive Exibart, è un momento di revisionismo estetico che sfida la narrativa consolidata di un Michelangelo iconoclasta, intento a distruggere le proprie opere prima della morte, rivelando invece un artista che avrebbe pianificato con cura il passaggio della propria eredità a una cerchia di fedelissimi.

Le Pietà spirituali
Il contrasto tra i metodi di indagine sottolinea la complessità di questa operazione di recupero. Se per la Pietà Spirituali la prova della paternità risiede in un dossier di 600 pagine fatto di datazioni al radiocarbonio, riflessi di lacca di cocciniglia messicana e monogrammi invisibili svelati dalla fluorescenza a raggi X, per il marmo di Sant’Agnese la chiave è puramente documentale. Salerno, muovendosi tra scartoffie notarili e inventari postumi, ha rintracciato le fila di una rete discreta che ha protetto sculture e disegni, preservandoli all’interno di istituzioni religiose, lontano dall’ingordigia del mercato. Entrambe le ricerche suggeriscono che il “nuovo” Michelangelo non sia un’allucinazione attributiva, ma il risultato di una stratificazione di prove che spaziano dalla chimica dei pigmenti alla logistica di una stanza chiusa a chiave e accessibile solo a pochi intimi.

Il busto in marmo esposto all’interno della Basilica di Sant’Agnese fuori le mura, identificato come opera di Michelangelo Buonarroti, rimasto senza attribuzione per secoli, a seguito di un decennio di ricerche d’archivio condotte dalla ricercatrice italiana Valentina Salerno a Roma il 4 marzo 2026 (Foto di Filippo Monteforte/AFP via Getty Images)
Al centro di questa riscoperta si ritrova la tensione religiosa dell’ultimo decennio del Buonarroti, segnato dal dialogo con la poetessa Vittoria Colonna e dall’influenza del circolo riformatore dell’Ecclesia Viterbiensis. Tanto nella tela quanto nel busto, la figura di Cristo abbandona l’iconografia tradizionale della Passione per una quiete cosmica e monumentale. È un’estetica dove la materia, che sia essa lino o marmo, si fa manifesto di una spiritualità tormentata e profonda. Mentre il busto di Sant’Agnese torna a brillare sotto un nuovo assetto critico, la Pietà Spirituali attende il verdetto definitivo della comunità scientifica in un dibattito che si prospetta, necessariamente, lungo e aspro.
L'attesa senza oggetto che racconta – quella di un nemico che non arriva, di un senso che non si materializza – non è mai stata così contemporanea. Rileggere il romanzo di Buzzati o rivedere il film d Zurlini oggi è un'esperienza rivelatrice.